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la dieta aminoacidica

E’ stato il prof. Blackburn, medico americano che, somministrando ai propri pazienti a digiuno una certa quantità di aminoacidi privi di carboidrati, ha inventato quella che verrà in seguito chiamata Dieta Aminoacidica, una dieta capace di far dimagrire, minimizzando nello stesso tempo la perdita di massa magra.
Va detto subito che anche la dieta aminoacidica è una dieta fortemente ipocalorica. Essa ha infatti meno di 400 calorie, per cui conserva molte affinità fisiologiche con il digiuno. Il principio di utilizzo dalle vie alternative metaboliche descritte in Diet Tube è anche quello che, come vedremo, viene sfruttato, in parte, nella dieta aminoacidica, mentre altre percorsi si rifanno a quanto avviene nel digiuno.

Il reperimento di glucosio, che è accompagnato dall’abbassamento dell’insulina e dall’innalzamento del suo ormone antagonista, il glucagone, avviene attraverso l’attivazione della glicogenolisi. Viene usata cioè la scorta “strategica” dei 400 gr. di glucosio immagazzinati sotto forma di glicogeno nei muscoli e nel fegato. La glicogenolisi può fornire tuttavia solo circa 1600 calorie. Passate quindi alcune ore dall’inizio del digiuno ed esaurita la glicogenolisi, l’organismo si ritrova nuovamente a corto di glucosio. Così, per soddisfare le esigenze del cervello, all’organismo non resta che trasformare le proteine in glucosio. Le proteine sono contenute per la gran parte nel tessuto muscolare che costituisce anche la gran parte della massa magra. Pertanto una volta attivato questo processo, che viene chiamato gluconeogenesi, cioè formazione ex-novo di glucosio, comincia anche il consumo dei muscoli e di conseguenza tutti i problemi legati al consumo della massa magra.

Nella prima fase del digiuno, l’organismo segue dunque la strada della trasformazione delle proteine in glucosio e solo successivamente si rivolge al consumo dei grassi. E’, infatti, molto più facile trasformare le proteine in glucosio che non i grassi in glucosio. La lipolisi, o liberazione dei grassi dalle cellule adipose con la conseguente trasformazione dei grassi in glucosio, è un processo più complicato, alla fine del quale si ha la formazione dei cosiddetti corpi chetonici che, come vedremo, hanno un ruolo importantissimo durante il digiuno. La lipolisi si attiva quando, in mancanza di glucosio, l’insulina, che abitualmente stimola l’immagazzinamento dei grassi nelle cellule del tessuto adiposo facendo entrare lo zucchero nella cellula e trasformandolo in grasso, si abbassa (questo meccanismo di abbassamento dell’insulina è secondo Blackburn l’elemento vincente della sua dieta) e fa aumentare il livello del glucagone e del GH, l’ormone della crescita, che stimolano invece la liberazione dei grassi. Una volta attivata, la lipolisi si conclude, come abbiamo detto, con la formazione dei corpi chetonici la cui presenza nell’organismo è la conseguenza fisiologica proprio della mancanza di glucosio. In questa situazione, infatti, i grassi che sono bruciati per produrre energia, vengono bruciati in modo incompleto.

L’AcetilCoA, che è il prodotto finale della combustione attivata con la lipolisi, non trova, infatti, sufficiente ossalacetato, prodotto derivato invece dalla glicolisi, per entrare insieme nel Ciclo di Krebs, il più efficiente e completo processo biochimico da cui l’organismo ricava energia per la sua sopravvivenza. Le molecole di Acetil CoA che si formano in eccesso per la forzata lipolisi e che non riescono ad entrare nel ciclo di Krebs per la mancanza di glucosio, si uniscono quindi insieme e formano i corpi chetonici. Significativamente ne viene prodotta una quantità di circa 150 gr. al giorno, la stessa quantità di glucosio che serve al cervello in condizioni normali. Questa situazione tuttavia non è una condizione ottimale per l’organismo ed il prezzo da pagare, oltre alla perdita della massa magra, può diventare molto caro. Per essere eliminati i corpi chetonici richiedono, infatti, una grossa diuresi e questo comporta una notevole perdita di sali minerali, come sodio, potassio e calcio che devono essere assolutamente reintegrati, pena il rischio di gravi aritmie cardiache. I reni quindi subiscono un notevole sovraccarico e devono funzionare bene. In più i corpi chetonici, che per loro natura sono sostanze acide, possono indurre il rischio di un’acidosi che va anch’essa adeguatamente compensata.

La dieta aminoacidica non è quindi per tutti. Continuando il nostro discorso e vediamo ora quali sono le affinità della dieta aminoacidica con il digiuno e qual è il modo per evitare il consumo della massa magra. Nella dieta aminoacidica si ha, come nel digiuno, la diminuzione del glucosio nel sangue e di conseguenza un’attivazione forzata del consumo dei grassi presenti nelle cellule adipose e la produzione di corpi chetonici.

Tuttavia, a differenza del digiuno assoluto, nella dieta aminoacidica viene bloccato il consumo di massa magra con la somministrazione controllata e personalizzata di adeguate quantità di proteine ad alto valore biologico in grado di compensare quegli aminoacidi che l’organismo andrebbe a prendersi dai muscoli per trasformarli in glucosio.

Dal punto di vista fisiologico possiamo suddividere la dieta in due stadi, dal primo al terzo giorno e dopo il terzo giorno. Nel primo stadio il cervello utilizza il glucosio disponibile. Nel frattempo è attivata la gluconeogenesi.

E’ comunque molto importante far capire ai pazienti che i primi due giorni sono quelli più duri, perché pur introitando le proteine previste, l’abbassamento progressivo del glucosio crea le stesse sensazioni presenti nel digiuno. Non essendosi ancora formati i corpi chetonici, non c’è ancora la possibilità da parte del cervello di adattarsi a questa nuova situazione.

In ogni caso la sensazione che si prova in questi primi due giorni è molto soggettiva. Alcuni sopportano bene, altri sono indifferenti, altri stanno male fino al terzo giorno. Tuttavia quando il paziente è informato della situazione ed è ben motivato ad affrontarla, tutto diventa più facile. 

La sua cooperazione è comunque indispensabile per la buona riuscita della dieta, anche perché la cultura oggi dominante tra le persone in fatto di diete si basa ancora sul concetto di caloria. Concetto che deve essere assolutamente rimosso e dimenticato quando si affronta la dieta aminoacidica. Da questo punto di vista la dieta aminoacidica è, infatti, una dieta particolare che non ha nulla a che fare con le calorie perchè la minima trasgressione rispetto a quanto viene prescritto, la può far fallire. Paragonando, infatti, questa dieta ad altre basate sulle calorie, si potrebbe essere indotti a pensare che una piccola fetta biscottata dal punto di vista puramente calorico possa essere assolutamente insignificante. In realtà anche un modestissimo apporto di carboidrati, può annullare il passaggio dall’ipoglicemia alla chetogenesi allungando non solo il periodo di “sofferenza”, ma anche tutto il periodo di adattamento dell’organismo alla nuova situazione o facendolo ripartire da capo. Solo l’attivazione costante della chetogenesi attiva, infatti, la lipolisi e quindi tutto il meccanismo su cui si basa la dieta. Il secondo stadio della dieta comincia dal terzo giorno in poi, quarantotto o settantadue ore dopo l’inizio.

Questa fase è quella che dà le maggiori soddisfazioni. In questa fase si attiva, infatti, la lipolisi ed il cervello impara ad utilizzare i corpi chetonici come fonte energetica. La gluconeogenesi aminoacidica si ferma ed il bilancio proteico è in pareggio perché compensato dall’alimentazione, a base di proteine, che viene fornita. In più comincia a farsi sentire l’effetto anoressizzante e quello euforizzante dei corpi chetonici. L’introduzione delle proteine è fondamentale non solo per la conservazione della massa magra, ma anche per il buon funzionamento dell’apparato immunitario e dell’apparato sessuale.

Gli ormoni, infatti, sono proteine e l’amenorrea che compare, in molte donne a dieta forzata e squilibrata, è un meccanismo fisiologico per impedire un’eventuale gravidanza, cui il corpo risponderebbe in modo inadeguato. Se la dieta aminoacidica è seguita correttamente, i problemi ormonali, che diventano in altre diete un sintomo precocissimo e frequentissimo di consumo della massa magra, non si presentano. Né si presentano le rughe sul viso e le smagliature visto che le proteine sono sostanze fondamentali del tessuto di sostegno e del collagene. Non c’è quindi l’invecchiamento delle altre diete, anzi c’è un miglioramento dell’aspetto a volte sorprendente. Tutto questo purché la dieta sia seguita rigorosamente. La grande novità di questa dieta è inoltre quella di poter agire sulle adiposità localizzate in particolare su quelle di tipo ginoide, portando al riequilibrio della silhouette che è il principale problema di molte donne. Per questo alcuni la chiamano “liposuzione medica”.

Sappiamo, infatti, che il tessuto adiposo non è un tessuto inerte. In esso si svolgono numerosi processi biochimici di sintesi e di catabolismo sotto l’influenza sia degli ormoni estrogeni che del GH, l’ormone della crescita. Sappiamo inoltre che la diversa disposizione del tessuto adiposo nell’uomo e nella donna è un carattere sessuale secondario legato proprio all’influenza degli ormoni sessuali. Ma, mentre gli ormoni sessuali, femminili in particolare, assieme all’insulina influenzano la sintesi del tessuto adiposo, il GH l’inibisce, come è stato anche dimostrato recentemente a livello genetico. Vi è quindi un equilibrio opposto di sintesi e di lisi tra questi ormoni ed il GH.

Aumentare pertanto il GH nelle donne, significa poter ottenere dei risultati di lipolisi anche localizzata. La dieta aminoacidica raggiunge anche quest’obiettivo come dimostrano gli elevati valori di GH che si possono riscontrare nel sangue di chi la segue. Per dare i migliori risultati la dieta aminoacidica deve durare almeno una settimana e meglio ancora una ventina di giorni. Non vale la pena comunque prolungarla oltre, perché dopo questo periodo il trend di dimagrimento rallenta ed il paziente comincia a dare segni d’indisponibilità. 

Per questo motivo ad essa viene fatta seguire una dieta dissociata da continuare se si ha la necessità di perdere ancora qualche chilogrammo in modo generale. Dopo quest’intervallo si può tornare di nuovo alla dieta aminoacidica e così via fino al raggiungimento del peso ideale. Una volta raggiunto il peso previsto, lo si mantiene facendo una dieta ipocalorica bilanciata.

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